L’Associazione Famiglie Arcobaleno esprime la più ferma condanna per le operazioni di polizia condotte in Turchia nel fine settimana nell’ambito della campagna governativa denominata “La mia famiglia è al sicuro”.
Le operazioni, coordinate in 15 province, hanno coinvolto 162 persone, 9 associazioni e 13 attività, con perquisizioni notturne nelle abitazioni di attiviste e attivisti e nelle sedi di organizzazioni LGBTQIA+. Sono stati inoltre disposti procedimenti giudiziari contro associazioni e attività commerciali e sono stati oscurati siti web e account social di diverse realtà e persone attive nella difesa dei diritti LGBTQIA+.
Famiglie Arcobaleno condanna con forza un’operazione che rappresenta un attacco diretto ai diritti umani, alla libertà di associazione e alla libertà di espressione. Rivolgiamo la nostra piena solidarietà alle attiviste e agli attivisti, alle associazioni LGBTQIA+ turche e a tutte le persone colpite da questa repressione.
Chiediamo al Governo italiano di condannare ufficialmente quanto sta accadendo e di attivarsi, a livello europeo e internazionale, affinché queste misure vengano immediatamente revocate e siano garantiti i diritti e le libertà fondamentali delle persone coinvolte.
“Quello che sta accadendo in Turchia – dichiara la presidente di Famiglie Arcobaleno, Alessia Crocini – è un campanello d’allarme che ci riguarda molto più di quanto pensiamo.
L’operazione è stata presentata dalle autorità come una misura per “proteggere i bambini, l’istituzione della famiglia e l’ordine sociale”. È una retorica che conosciamo molto bene anche in Italia. Da anni, infatti, il contrasto a ogni avanzamento dei diritti delle persone LGBTQIA+ e delle nostre famiglie viene costruito attraverso il richiamo alla presunta tutela dei “valori della famiglia” e dei minori.
Ma questa retorica non è neutra. Quando la difesa della famiglia viene utilizzata per giustificare perquisizioni, procedimenti giudiziari, censura e repressione di associazioni e persone, siamo di fronte a qualcosa di molto più grave: alla costruzione di un nemico da colpire in nome della famiglia stessa.
È un meccanismo che dobbiamo saper riconoscere e contrastare prima che venga normalizzato.
La Turchia ci mostra fino a dove può arrivare questa deriva quando la retorica della “protezione della famiglia” diventa uno strumento di repressione. Non possiamo permettere che venga normalizzata, in Turchia come altrove.
I diritti delle persone LGBTQIA+ non sono una minaccia per le famiglie. La repressione dei diritti e delle libertà, invece, è una minaccia per la democrazia.”



