Tipologia

Film, Commedia

Regia

Ferzan Ozpetek

Produzione

Italia, 2019, 118’

La Dea Fortuna

Un film dall’energia vitale insopprimibile che ci fa ridere, commuovere, ci fa sentire parte di un’umanità dolente e spaventata.
Alessandro e Arturo sono una coppia consolidata, ma il loro rapporto sta mostrando la corda: Alessandro, idraulico dal fascino animalesco che attira uomini, donne e bambini, porta a casa il pane e cede volentieri ai piaceri della carne; Arturo, traduttore passivo aggressivo, non è diventato né uno scrittore famoso né un cattedratico, e patisce l’assenza di un rapporto fisico, e ancor di più di uno scambio verbale, con il suo partner sfuggente. Nella routine cristallizzata dei due irrompono Annamaria, ex compagna di Alessandro, e i suoi due figli nati da padri diversi, e tutti gli equilibri saltano. Annamaria deve fare alcuni esami diagnostici e affida i figli alla coppia di amici, che dovranno fare i conti con una responsabilità genitoriale forse mai nemmeno immaginata, nonché con la capacità dei bambini di metterti di fronte a quello che sei veramente.

Bentornati nel Regno di Oz-petek dove non esistono solo due sessi, dove si mangia e si balla insieme su una terrazza romana (in zona Ostiense), si vive fra sfumature smaltate color lapislazzuli e si mostra il cuore, qualche volta litigando ad alta voce, qualche altra guardandosi intensamente negli occhi.
Il registro è più musicale che cinematografico, a volte da opera, a volte da operetta. E a tratti c’è solo il silenzio di quando si ha veramente paura. Nei suoi momenti migliori il film si libra con l’afflato lirico di un’aria verdiana, come la canzone di Mina e Fossati che fa da libretto; nei passaggi meno ispirati intrattiene come una canzonetta estiva di quelle con i movimenti ripetuti tutti insieme, perché il cinema di Ozpetek è codificato nell’immaginario collettivo e la ripetizione fa parte del suo richiamo. 

Il genere è a metà fra la commedia romantica e il melodramma, ma sono molti i momenti horror: dal lungo piano sequenza iniziale che va a stanare due bambini chiusi in un armadio-sarcofago al murale dove sono disegnati teschi e piccoli impiccati; dalla stanze asettica di un ospedale a quella spettrale di un defunto alle strade che, quando perdi di vista un bambino, diventano i corridoi di un labirinto. Eppure questo film che, come consuetudine ozpetekiana, parla anche di malattia e di morte, ha un’energia vitale insopprimibile che tracima nella risata liberatoria, nella commozione struggente, nella dolcezza del riconoscersi parte di un’umanità dolente e spaventata. 

La dea fortuna ha un odore, una palette di colori, una consistenza tattile che ci invitano a condividere la tavola (bella la sequenza iniziale che fruga in mezzo al buffet di un matrimonio) e persino il letto dei suoi personaggi confusi e infelici.
Parte della sua forza è il cast, in particolare Edoardo Leo nel suo ruolo migliore, quello di maschio alfa nel bene e nel male, sensuale e irruento, empatico e “incapace”. La naturale tendenza alla concretezza e alla mancanza di artificio di Leo controbilanciano efficacemente la tendenza di Ozpetek alla sdolcinatura e all’eccesso, e l’attore resiste eroicamente alle frasi fatte (che non mancano) e scoppia a piangere in camera senza perdere in virilità. Altrettanto efficace la piccola Sara Ciocca, già apprezzata ne Il giorno più bello del mondo, istinto naturale verso il vero più che e il verosimile. 

La dea fortuna parla di quanto sia difficile e meraviglioso innamorarsi di nuovo di chi hai vicino, e fa della demenza una virtù che ci aiuta a dimenticare i torti subiti e a guardare ogni giorno il nostro partner come se fosse la prima volta. Parla di come non si debba avere paura di rompere le cose perché si possono (quasi sempre) aggiustare, di come nessuno “la racconta giusta”, principalmente a se stesso, e siamo tutti “nati inguaiati” (anche se sono gli altri ad interpretare la diversità come un guaio). Un universo dove lo spavento esistenziale è dietro l’angolo, ma se restiamo insieme fa meno paura, e ritroviamo luce, aria, respiro.
Recensione di Paola Casella