04/03/2009 - Silvia e Catia
 

Silvia e Catia, impiegate in una grande società di telecomunicazioni del napoletano, sono semplicemente “due persone che si sono innamorate come succede ogni giorno a milioni di persone”.
Forse però si sono innamorate nel paese sbagliato, visto che l’Italia è uno dei pochi membri dell’Unione Europea a non prevedere alcuna forma di riconoscimento giuridico per le unioni omosessuali: “Per lo Stato noi coppie omosessuali siamo famiglie fantasma. Dobbiamo condividere ogni giorno con una completa mancanza di tutela e di sicurezza. Ad esempio, nel caso di morte del compagno la famiglia d'origine ha diritto a ereditare tutto ciò che era del figlio, compresa l'eventuale parte della casa, del conto corrente, dell’autovettura o di qualsiasi altra cosa, anche se acquistata insieme, dividendo spese e sacrifici. E poi se una di noi dovesse subire un incidente e rimanere incosciente sarebbe informata solo la famiglia d'origine che avrebbe il diritto completo di decidere sulle visite, sulle cure e sull’assistenza”.
In questo quadro difficile, Silvia e Catia, grazie anche all’associazione Famiglie Arcobaleno, hanno deciso di affrontare il percorso della genitorialità. Un percorso difficile: “Io sarò per lo Stato una ragazza madre e quindi la mia compagna non avrà nessun diritto sul nascituro, nonostante l’amore e l'impegno morale ed economico, e dovrà vivere costantemente con l'incubo che mi possa capitare qualcosa. In quel caso la mia famiglia di origine avrebbe priorità sul bambino, anche nel caso non ci parlassi o non la vedessi da anni”. Ma non occorre pensare solo alle tragedie: “In caso di nostra separazione, potrei decidere di non farle vedere più il bambino e lei non potrebbe fare nulla”.
Sono queste le angosce e le paure con cui convivono tante famiglie omosessuali, soprattutto quelle in cui ci sono bambini.
“Andrò a partorire con il testamento sotto braccio e sperando che tutto vada bene”: una frase terribile, ma normale nell’Italia del 2009. Per questo Silvia e Catia lanciano un appello: “Spesso le persone danno per scontati i diritti di cui godono e continuano a chiedersi il motivo delle nostre battaglie. A queste persone chiediamo di fermarsi un momento a riflettere e provare almeno per una volta a guardare attraverso i nostri occhi”. 

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