28/03/2009 - Annie, Micaela, Rebecca e Noa

 Storia di una famiglia: due mamme, un papà e due bimbe
Annie Saltzman e Micaela Pini


Micaela 1996
Micaela, psicologa, era incinta a 34 anni al 3° mese, frutto di una sola notte d’amore con un uomo di 50 anni.
Lei aveva deciso di definirsi una bisessuale, pur sapendo nel profondo che amava col cuore più le donne che gli uomini, ma il desiderio di maternità era più importante.
Aveva deciso di far crescere il figlio da single.
Il padre del bambino era un medico che viveva più all’estero che in Italia .

Annie 1996
Annie, cantante americana, da 20 anni residente in Italia, era reduce da una storia di sette anni con convivenza. Storia che l’aveva distrutta, ma era finalmente pronta a tornare ad amare e a sorridere all’amore.
Anche se aveva 39 anni e viveva con lei un bambino di 8 anni in affidamento.

Micaela e Annie 1996
In casa di un’amica comune.
Come d’incanto l’impossibile si trasformò in realtà.
Ogni cosa era al suo posto.
Si respirava l’armonia, perché tutto era assolutamente vero per quello che si sentiva e si vedeva.
Due universi a ritrovarsi in capo ad un bacio e a decidere in quell’istante di non lasciarsi mai più.
Da quel primo bacio iniziò la vita insieme al bambino al quale avremmo dato una fratello o una sorella.
Tutte le certezze che Micaela aveva in testa e nella vita cambiarono in qualcosa di meglio.
Micaela decide di fare outing nella famiglia e nella società: c’era solo il desiderio di condividere col mondo la propria gioia di vivere l’amore e la maternità.
Al quarto mese, in seguito all’amniocentesi, Micaela perde il bambino.
Il Primo grande dolore.
Micaela è frastornata da questo passaggio dalla gioia alla tristezza profonda, ma il desiderio di aver figli la tiene con lo sguardo avanti.
Più forte della vita stessa c’era il desiderio , che pian piano diventò di nuovo una freccia con cui scagliarsi nella vita.
Grande periodo di riflessione.
Quando si sa bene quello che si vuole non c’è più spazio per il desiderio ma è già determinazione.
Non volevamo ricorrere alla banca del seme, la medicalizzazione della gravidanza era un freno in nome anche del fatto che volevamo una figura reale come padre per i nostri bambini.
Studiammo tutto sull’autoinseminazione, grande periodo di autoconoscenza e scoperta del meccanismo biologico femminile.
Conoscemmo due uomini gay che stavano assieme da più anni ai quali proponemmo l’avventura della gravidanza, saremmo stati una famiglia con doppia coppia.
C’era una grande progettualità: una grande casa insieme e due appartamenti vicini e così via…
Ben presto Micaela rimase incinta, ma al terzo mese di nuovo perse il bambino.
La cosa fu devastante per tutti.
I ragazzi decisero di non voler più riprovare e si resero conto che diventare padri stava diventando qualcosa di troppo grande per loro.
Di nuovo a ripensare tutto daccapo. E c’era anche da fare i conti con l’età biologica di Micaela.
Pian piano le cose tornarono nella pienezza del desiderio e della progettualità: Annie conosceva sin dagli anni d’università negli USA un amico, anche lui americano come lei, che già in passato si era offerto come donatore per una ex-fidanzata di Annie.
A lui piaceva l’idea di poter diventare padre e nel contempo essere libero nelle sue relazioni sentimentali con le donne.
Così insieme decidemmo di avere il bambino; avremmo anche abitato non troppo lontani l’uno dall’altro. Il bimbo avrebbe avuto cosi doppio cognome e doppia cittadinanza.
Al primo tentativo di autoinseminazione Micaela rimase incinta e portò avanti la gravidanza con la paura di perdere di nuovo il bambino.
Paura superata grazie alla consapevolezza che esisteva qualcosa di più grande della paura stessa e che per questo davvero valeva la pena di andare avanti.
Quello è stato il pensiero costante di Micaela: “Fare sì che il bambino vivesse”
Finché le paure restano delle ombre, esse rimangono paure; devono essere invece usate per conoscersi ed aprirsi ad esse.
Micaela poteva crescere attraverso la gravidanza e così poteva educare i nostri figli alla libertà d’essere.
In tal modo Micaela trasformava le sue paure in luce che poteva illuminare la vita.
Non c’è niente di più bello di che scoprire di scoprirsi.
Questo è l’amore per la vita.

Ecco. Micaela ora si rivolge a quella parte della lista Famiglie Arcobaleno di donne e madri silenti, ma grandi divoratrici di lettere della Lista Arcobaleno:
Fate tesoro del vostro esser madri lesbiche e non abbiatene paura. Lo siete perché dovete scoprire la vostra ragion d’essere. Guardatevi dentro e troverete tutto un universo che aspetta solo d’essere conosciuto.
Se avete paura di voi stesse come madri lesbiche, i figli la pagheranno perché la paura della madre per il figlio diventa solo menzogna.
Se noi siamo felici per prime di noi stesse, anche i nostri figli lo saranno. Se non lo siamo e ce ne vergogniamo, loro saranno i primi ad essere confusi (anche laddove siamo convinte del contrario).
I nostri figli hanno bisogno di chiarezza e sincerità, perché LORO stessi sappiano come muoversi nella vita.
E così arrivò prima Rebecca nel 1999 e poi nel 2001 Noa.
Nel 2007 ci siamo sposate negli USA a Provincetown; Annie ha anche potuto aggiungere il cognome di Micaela al suo.
Prossimamente aderiremo alla rete Lenford per il riconoscimento del matrimonio straniero in Italia.

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