09-04-2014 Le famiglie omogenitoriali funzionano. La scuola dovrebbe sempre fare altrettanto

Famiglie Arcobaleno e Istituto degli Innocenti hanno svolto sabato a Firenze il seminario «Le famiglie omogenitoriali nella scuola e nei servizi educativi». Centinaia le ed i partecipanti, per realizzare che i nuclei con genitori omoaffettivi non sono “contro la famiglia” ma sono proprio un tipo di famiglia.

Le famiglie omogenitoriali funzionano: senza punto di domanda. In occasione del seminario «Le famiglie omogenitoriali nella scuola e nei servizi educativi», organizzato dall’Istituto degli Innocenti di Firenze e da Famiglie Arcobaleno, l’associazione nazionale dei genitori omosessuali e transessuali, l’argomento è stato affrontato, senza veli o ipocrisie, per ciò che è.
L’equivoco di fondo è che per alcune persone la famiglia omogenitoriale non sarebbe concepibile, poiché non costruita sulla relazione riproduttiva uomo-donna. Si tratta di una proiezione dello stereotipo che vuole che la fecondità riproduttiva risieda per forza nel concepimento, inteso però solo come atto copulativo tra persone di sesso diverso. Le cose non stanno sempre così: sono le persone ad essere potenzialmente feconde e le famiglie omoaffettive con prole esprimono concretamente questa potenzialità. I cuccioli possono nascere, o essere già nati e adottati, da coppie o single o anche da tre o più genitori. I presupposti sono la responsabilità e la scelta. L’appartenere ad una coppia omoaffettiva non sminuisce d’un fiat l’inclinazione alla genitorialità dei componenti di una famiglia, tanto più consapevole quanto più progrediti nell’età e nell’esperienza, come per qualsiasi genitore.

Può la scuola negare l’inclusione degli alunni sulla base della composizione del nucleo famigliare o delle inclinazioni affettive dei famigliari adulti, omo od etero che siano? La risposta è no, perché è un preciso dovere deontologico di educatori ed educatrici, quello di mettere tutti i piccoli nelle condizioni di portare a termine e completare il proprio sviluppo in armonia con gli altri.

Il dovere dello Stato è quello di preparare insegnanti e altri genitori all’accoglienza delle nuove famiglie. È quello di istruire sulle capacità genitoriali delle persone omosessuali o transessuali, capacità che nulla hanno a che vedere con l’orientamento sessuale. È quello di aprire al rispetto e alla dignità e non certo di chiudersi al mondo che cambia. La scuola è il primo terreno e il più importante in cui si trasmettono i concetti chiave della società in cui si vive e oggi, purtroppo, la nostra scuola è ancora terribilmente in ritardo su questi temi.

Il nòcciolo della questione, ben sviluppato dalla dott.ssa Irene Biemmi nella sua relazione, è proprio questo: nei libri di testo adottati dalle scuole, continua ad essere rappresentato esclusivamente un modello di famiglia stereotipato, la cosiddetta «Famiglia “Mulino Bianco”», composta da un maschio, il babbo, e da una femmina, la mamma, in cui il primo è raffigurato come anaffettivo, con valigetta e cravatta; la sua funzione sociale, in ambito famigliare, sarebbe perciò quella di mantenere la mamma, la quale, a sua volta, è sempre in casa, aspetta stirando o apparecchiando mensa che i figli tornino da scuola e, se lavora (quando lavora), fa: la maestra, l’estetista, la parrucchiera, al massimo l’infermiera... Il padre invece fa di tutto: qualsiasi lavoro gli si addice, dal giornalista al cosmonauta... In pratica, fin dall’età scolare, a bambine e bambini si sta dicendo: al maschio, “Nella vita puoi fare tutto”; alla femmina, “Ricordati che il tuo ruolo primario è quello materno e le prospettive di realizzazione lavorativa per te sono: al massimo, la maestra...”.

Questa rappresentazione della realtà appare quantomai anacronistica, al punto da essere patentemente irreale. La realtà non è rappresentabile attraverso stereotipi, perché sono semplificazioni dannose, per le singolarità e per la società, attuale e di domani: la riproposizione stereotipata di questi modelli implica la non educazione delle classi, ossia la rinuncia al motivo stesso di esistere delle istituzioni scolastiche.

Le resistenze parossistiche che trova la comunicazione, non certo l’imposizione, di semplici concetti non stereotipati, rispecchia una mentalità, fortunatamente minoritaria ma non per questo meno violenta e prevaricatrice, di persone che non riescono a vedere al di là del proprio naso. Questa mentalità è la stessa che oggi nega lo stato di coniugi a persone dello stesso sesso, malgrado la Corte Costituzionale già quattro anni fa abbia rimesso la questione al Legislativo, coerentemente con il proprio ruolo di garante della Carta e nulla più, ed è la stessa che vede negare a’ minori il diritto sacrosanto di essere adottati dalla o dal coniuge del genitore biologico, senza rendersi minimamente conto, o fingendo, che ciò reca un vulnus mostruoso non già ai nostri figli, i quali stanno bene perché hanno dei genitori che li amano e li accudiscono, ma al concetto stesso di adozione, che è uno dei pilastri fondamentali del diritto di qualunque società civile, con ciò offendendo non solo noi e le nostre famiglie, ma tutte le famiglie dove la genitorialità si esplica attraverso il riconoscimento della perfetta equivalenza di tutti i figli in seno alla società.

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