Festa del papà e della mamma, che problema c'è?

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Alle e ai responsabili, alle e agli insegnanti degli asili nido e delle scuole dell’infanzia
Alle direttrici e ai direttori, alle maestre e ai maestri delle scuole elementari

Siamo un gruppo di psicologi,
che da anni si occupa per conto dell’Associazione Famiglie Arcobaleno di studiare in modo continuativo e aggiornato la letteratura scientifica sull’omogenitorialità e le dinamiche, le specificità, i bisogni
e in genere le migliori prassi, legate allo sviluppo di bambini in famiglie con due mamme o con due papà (o con un solo genitore omosessuale), a partire dall’esperienza quotidiana delle centinaia
di famiglie omogenitoriali che all’associazione fanno riferimento.
Siamo consapevoli della straordinaria apertura che in genere gli educatori e le maestre italiani hanno mostrato nell’accogliere la normalità e la specificità delle famiglie omogenitoriali di cui hanno avuto, e tutt’ora hanno, in carico i figli.
Considerata la scarsità di formazione nel nostro paese su questi argomenti, immaginiamo questa apertura sia legata al privilegio di apprendere costantemente nelle relazioni con i bambini e le loro famiglie, più che dalle teorie apprese su tali relazioni, e aldilà dei pregiudizi che talvolta da quelle teorie possono emergere.
Siamo anche al corrente dei diversi eventi di formazione degli educatori organizzati negli ultimi anni dai Comuni di Torino, Bologna, Casalecchio, Roma, dal Coordinamento Pedagogico Provinciale del Comune di Bologna, dalle facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bologna e di Scienze dell’Educazione dell’Università di Ferrara, di Medicina e Psicologia della Sapienza Università di Roma, in cui è stata promossa una visione dell’omogenitorialità libera dai pregiudizi, e volta ad accogliere e valorizzare le specificità di ogni forma famigliare nell’interesse della serenità e del migliore sviluppo dei bambini.
È perciò con grande soddisfazione che constatiamo che sempre più le scienze psicologiche e quelle pedagogiche si trovano d’accordo con quanto recentemente ribadito dall’Associazione Italiana di Psicologia in accordo con le principali società scientifiche occidentali: …le affermazioni secondo cui i bambini, per crescere bene, avrebbero bisogno di una madre e di un padre, non trovano riscontro nella ricerca internazionale sul rapporto fra relazioni familiari e sviluppo psico-sociale degli individui.
Infatti i risultati delle ricerche psicologiche hanno da tempo documentato come il benessere psico– sociale dei membri dei gruppi familiari non sia tanto legato alla forma che il gruppo assume, quanto alla qualità dei processi e delle dinamiche relazionali che si attualizzano al suo interno. In altre parole, non sono né il numero né il genere dei genitori –adottivi o no che siano– a garantire di per sé le condizioni di sviluppo migliori per i bambini bensì la loro capacità di assumere questi ruoli e le responsabilità educative che ne derivano.

Tuttavia, come punto di riferimento scientifico di molte famiglie omogenitoriali, nonché dell’Associazione che le rappresenta, vengono talvolta portate alla nostra attenzione situazioni di pregiudizio da parte degli ambienti scolastici. A quanto pare, talvolta, risulta difficile per gli educatori capire che in queste famiglie ci sono due “figure genitoriali” dello stesso sesso, non solo de facto, ma (di solito) anche nel linguaggio e nella socializzazione: insomma, non solo “fanno da genitori” al bambino, ma il bambino le vive entrambe paritariamente come suoi genitori.
I due genitori inoltre non svolgono uno il (supposto) ruolo maschile e l’altro quello femminile, ma piuttosto esercitano tanto la funzione di cura quanto quella di contenimento in un modo proprio e specifico alle loro personalità.

Spesso pertanto, disagio ed esclusione vissuti da alcune famiglie omogenitoriali in ambito scolastico sono legati al non riconoscimento del ruolo del genitore non biologico, e in particolare alle attività
proposte ai figli in occasione delle feste della mamma e del papà. 
È questo ultimo aspetto che ci preme portare alla vostra attenzione in questo documento.
Per quanto capillarmente diffuse e particolarmente amate, non possiamo che constatare come queste celebrazioni, per come vengono di norma proposte, siano legate ad un’immagine di famiglia statica e tradizionale che non tiene conto dei mutamenti sociali e delle nuove forme familiari del contesto contemporaneo in cui crescono i nostri figli.
Infatti, in occasione di queste feste, iniziate in Italia negli anni ’50 e ’60 come riflesso della cultura di quegli anni, la cui natura è oggi meramente commerciale, le scuole propongono ai bambini attività di
classe volte a celebrare la relazione personale con “il papà” e con “la mamma” in quanto elemento assoluto, scontato, ed universale, che, si assume, accomunerebbe tutti i bambini della classe, della scuola, del mondo. A tal fine viene di norma richiesto ai bambini di produrre i cosiddetti “lavoretti” come segno del proprio affetto per l’uno o l’altro genitore, nell’idea di rinforzare il valore della propria relazione con questi, e allo stesso tempo di celebrarla come elemento trasversale e collettivo, dato a priori in tutte le famiglie.

Le principali premesse di questo tipo di attività sono tre:
1. tutti avrebbero una mamma e un papà (ogni famiglia sarebbe composta da un padre, una madre e uno o più figli),
2. compito della scuola sarebbe quello di trasmettere ai bambini questa stessa idea come un “dato di fatto” sulla realtà sociale di cui fanno parte, 
3. la valorizzazione della norma generale sarebbe prioritaria rispetto alla valorizzazione della situazione specifica di ogni bambino nel processo di socializzazione.

Ci sembra evidente che nell’Italia del XXI secolo tutte queste premesse risultano ampiamente superate. 
Secondo il censimento Istat del 2011, in Italia le coppie coniugate con figli sono in diminuzione raggiungendo appena il 36,4% dei nuclei familiari: i “monogenitori non vedovi” rappresentano 1 milione
175 mila famiglieii. Nascoste in queste statistiche ci sono le famiglie omogenitoriali, con due mamme o due papà, nelle quali il genitore biologico viene contato come single e non viene contato il genitore sociale. Ad oggi sappiamo che queste famiglie sono in costante aumento, anche grazie all’abbattimento dei pregiudizi sull’omogenitorialità da parte della ricerca scientifica e lo strutturarsi a livello internazionale di un’immagine delle relazioni omosessuali come capaci di progetto e di filiazione, contestualmente alla diffusione a livello planetario del dibattito sull’estensione dell’istituto del matrimonio alle coppie omosessuali, nonché della possibilità di adottare.
Anche prima di questi forti cambiamenti sociali, la realtà non ha mai integralmente rispecchiato un’idea di famiglia madre-padre-figli, e l’obiettivo di imporla è stato espressione di una concezione dell’insegnamento in cui ancora non trovavano spazio le importanti acquisizioni della pedagogia contemporanea relative all’inclusività di tutte le differenze e alla personalizzazione della relazione educativa.
È oggi acquisito come il complesso compito degli educatori non possa prescindere né dall’obiettivo della socializzazione, né da quello dell’individuazione del bambino. Pertanto il suo percorso verso l’acquisizione delle norme sociali deve essere armonizzato con quello verso la valorizzazione delle differenze individuali, cosa che non può che partire dal rispetto delle differenze che ne caratterizzano le origini: nella struttura familiare, nelle forme di amore e di relazione, nelle identità.
Il problema a nostro avviso è oggi dato dalla mancanza, a livello educativo, di una riflessione sulla pluralità delle identità sessuali (intese come molteplicità anche di orientamenti sessuali), e sui nuclei familiari che queste diverse identità, da sempre, possono creare. Ne consegue una mancata problematizzazione di come vecchi modelli educativi possano entrare in conflitto con la specificità dei bambini che vengono da contesti omogenitoriali (ma anche monogenitoriali o multinucleari, in cui l’identità genitoriale non sia eterosessuale).
La ricerca psicologica ha ormai portato all’attenzione degli esperti il fatto che i figli di famiglie omogenitoriali, pur avendo figure genitoriali di uno solo dei due sessi, dimostrano di avere tutte le risorse
necessarie per uno sviluppo psicologico, sociale e sessuale assolutamente adeguato e nella norma.
E tuttavia mettono in chiaro come i contesti scolastici risultino quelli più a rischio di stress per questi bambini, per la possibilità che siano oggetto di bullismo da parte dei compagni, laddove gli insegnanti non siano in grado di proteggerli come al contrario fanno i loro genitori.
Non solo gli insegnanti devono impegnarsi nel contrasto del bullismo omofobico, cui sempre più spesso, soprattutto in fasce basse di età, i figli di lesbiche e gay sono più esposti di quegli stessi bambini percepiti come omosessuali dai compagni, ma devono attivarsi in una socializzazione inclusiva che non ponga le basi per tali dinamiche di pregiudizio, discriminazione e attacco ai piccoli appartenenti alle minoranze, siano queste familiari, sessuali, o di qualunque altra natura.
La festa della mamma e la festa del papà, che diverse realtà educative territoriali hanno da tempo abbandonato, è un rituale educativo che perpetra le premesse di una sola forma di relazione famigliare possibile, inserendosi quindi nell’insieme delle pratiche sociali che dalla più tenera età vanno a strutturare il pregiudizio eterosessista ed omofobico.
Molto più gravemente si tratta di pratiche che squalificano indirettamente le forme famigliari cui appartengono i figli di gay e lesbiche, e direttamente mettono in difficoltà questi bambini nell’affermare una norma sociale che ingiustamente non li prevede.
Nella stragrande maggioranza dei casi le famiglie omogenitoriali si trovano costrette a mediare con gli educatori delle interpretazioni alternative dell’attività, al fine di poter includere il proprio bambino nel lavoro di classe. Ecco che la festa della mamma e del papà si trasformano per loro nell’occasione di fare un lavoretto per il nonno o per la nonna, qualche zio, talvolta perfino il medico di famiglia.
Se questi rappresentano esempi di gestione creativa dell’imprevisto, essi non possono in nessun modo essere considerati buoni esempi di pedagogia inclusiva, testimoniando semmai il fallimento di tale pensiero educativo nei confronti dei figli di famiglie omogenitoriali. Rappresentano di fatto degli escamotage per permettere al bambino di partecipare al lavoro svolto in classe a costo però di screditarlo nei suoi affetti e togliendo/negando valore alla sua personale realtà familiare.
Nella stessa posizione tuttavia vengono messi da queste feste i bambini che per qualunque altra ragione non hanno la mamma o il papà: sono e sono sempre stati comuni i casi in cui uno dei genitori è venuto meno, in seguito a morte o separazione, ma sempre più frequenti sono anche casi di genitori single per scelta, che costituiscono, analogamente a quanto accade nelle famiglie con due mamme o due papà, nuclei familiari in cui il genitore di uno dei due sessi non è mai esistito.
Nel caso specifico in cui un genitore sia morto o lontano, costituisce a nostro avviso aggravante il fatto che tale festa collettiva vada a rimarcare il dolore di una mancanza o di un lutto di difficile rielaborazione, cosa che non è invece presente nei figli di lesbiche e gay.
In un caso, siamo venuti a conoscenza di educatrici che hanno inteso la festa del papà o della mamma come occasione di lavoro sulla “mancanza della figura genitoriale maschile o femminile” nell’esperienza del bambino. Nelle parole di queste educatrici tale figura sarebbe indispensabile ad un corretto sviluppo psicosessuale di ciascuno.
La letteratura scientifica ha reso chiaro che tale assunto, di matrice psicoanalitica e mai esplorato scientificamente, si mostra del tutto inadeguato a fronte dei risultati dei numerosissimi studi (più di un centinaio) relativi all’omogenitorialità svolti negli ultimi 40 anni (Patterson, 2005; Prati e Pietrantoni, 2008; Gartrell et al., 1996, 2012)iii.
Esso non può pertanto essere considerato in nessun caso come riferimento scientifico nella relazione educativa.
Nel comportamento di queste persone che agiscono per sostituirsi ad una supposta mancanza della famiglia, si riflette un atteggiamento che scambia la differenza della famiglia stessa del bambino per inadeguatezza ed insufficienza, che fantastica sulle “corrette linee di sviluppo” della sua identità sessuale in rapporto ad un modello rigido e tradizionale, quanto opaco e superficiale, e che indubbiamente si pone in contrapposizione con quello proposto dalla famiglia stessa del bambino.
Questo tipo di atteggiamento si profila dunque come una doppia squalifica della famiglia e del bambino, che non può che avere l’effetto di indebolire le sue risorse positive e innescare una contrapposizione tra il sistema educativo e il suo sistema primario di appartenenza.
Per quanto si tratti di un caso sporadico, che non riteniamo in nessun modo rappresentativo della pratica educativa in Italia, ci sembra un significativo campanello di allarme sull’urgenza di ampliare e moltiplicare gli sforzi per una formazione corretta e quanto mai diffusa degli educatori in merito all’omosessualità e all’omogenitorialità.

Pertanto, vorremmo invitare le figure deputate all’educazione dei bambini figli di famiglie omogenitoriali ad una riflessione volta a trovare nuove connotazioni per queste giornate, capaci di
essere inclusive di ogni realtà familiare, e che non assolutizzino la coppia eterosessuale come unica coppia genitoriale possibile.
Una soluzione talvolta adottata, che riteniamo interessante, potrebbe essere, ad esempio, quella di proporre la festa delle mamme e quella dei papà, al plurale: se è vero infatti che in ogni rete famigliare esistono delle mamme e dei papà (lo sono le nonne e i nonni, gli zii e le zie, e tutti gli uomini e le donne che hanno dei figli, e le bambine ed i bambini stessi, quali che siano i loro genitori, da grandi qualora avessero figli lo diventerebbero), non è però detto che ogni bambino abbia LA mamma e IL papà.
Una ridefinizione al plurale, purché non diventi un cambio di nome puramente cosmetico, farebbe una chiara differenza per i bambini, eliminando le ragioni dell’esclusione: non avere una mamma o un
papà, non toglie il fatto di conoscere delle mamme e dei papà cui fare gli auguri, perché semplicemente tutti gli uomini che hanno dei figli sono dei papà e tutte le donne che ne hanno sono delle mamme.
Ancora meglio sarebbe però proporre la festa dei genitori, o delle famiglie, la festa delle persone più care al bambino o la festa degli affetti, e via discorrendo, eliminando ogni possibile malinteso sul
fatto che la famiglia debba fondarsi su una differenza sessuale.
Sappiamo con certezza che come professionisti noi tutti abbiamo in comune l’interesse e la cura affinché ai bambini venga offerto, nei contesti della loro socializzazione primaria, un ambiente
pienamente inclusivo ed in grado di accogliere ogni differenza come punto di forza dello sviluppo di ciascuno, come peraltro esplicitato nelle direttive scolastiche che sono alla base dei programmi
didattici elaborati dalle insegnanti.
Consapevoli della straordinaria importanza che per ogni bambino ha il sapere che la rete di affetti, nella quale vive ed impara a riconoscersi come parte di relazioni valide e significative, sia
riconosciuta e valorizzata in tutti i contesti della sua educazione, sentiamo la necessità di aprire con voi un confronto.

Sperando che potrete apprezzare e condividere quanto da noi espresso in questa lettera e che vorrete sfruttare questa occasione per dare ampio spazio alla sperimentazione e alla creatività,
rimaniamo a disposizione per eventuali chiarimenti, per confronti diretti o collaborazioni future, se ve ne fosse il desiderio e la disponibilità, e vi lasciamo con piacere i nostri riferimenti:
gruppo_PSI_FA@yahoogroups.com

Buon lavoro.

Milano, 15 marzo 2012

Il gruppo degli psicologi di Famiglie Arcobaleno
Federico Ferrari
Psicologo psicoterapeuta familiare

Paola Biondi
Psicologa psicoterapeuta

Sara Dell’Aria Burani
Psicologa psicoterapeuta

Monia De Giuseppe
Psicologa dell’età evolutiva

Simonetta Moro
Psicologa psicoterapeuta

Roberto Baiocco, PhD
Psicologo psicoterapeuta familiare
Ricercatore c/o Dip. di Psicologia dei Processi di Sviluppo e Socializzazione,
Sapienza Università di Roma

Maria Carmela Schiavone
Psicologa psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza

Micaela Pini
Psicologa psicoterapeuta
Cons. Dir. Ass. Paolo Pini Onlus Milano

Antonella Erra
Psicologa dell’età evolutiva
Mediatore familiare

Margherita Vitale
Psicologa dell’età evolutiva
Mediatore familiare

Olga Rago
Psicologa psicoterapeuta

Giuliana Beppato
Psicologa psicoterapeuta infantile

Federica Bonazzi
Psicologa psicoterapeuta

Silvia De Simone,
Psicologa
_______________________
i American Psychological Association: http://www.apa.org/about/governance/council/policy/parenting.aspx
American Academy of Pediatrics 109/2/339
American Academy of Child and Adolescent Psychiatry: http://www.aacap.org/cs/root/facts_for_families/
children_with_lesbian_gay_bisexual_and_transgender_parents

ii Archivio Istat  
iii Patterson, C.J. (2005) Lesbian & Gay Parenting, APA’s Committee on Lesbian, Gay, and Bisexual Concerns
(CLGBC), Committee on Children, Youth, and Families (CYF), and Committee on Women in Psychology
(CWP). http://www.apa.org/pi/lgbt/resources/parenting.aspx
Prati, G., Pietrantoni, L. (2008). Sviluppo e omogenitorialità: una rassegna di studi che hanno confrontato famiglie
omosessuali ed eterosessuali, Rivista Sperimentale di Freniatria, 132(2), 71-88.
Gartrell, N. et al. (1996-2012), National Longitudinal Lesbian Family Study. http://www.nllfs.org/publications

APPUNTAMENTI IN AGENDA

10 Nov 18-Mobilitazione NO PILLON

Famiglie Arcobaleno scende in piazza a fianco di chi ha cuore un paese più civile, laico e giusto. >>

19-20-21-ottobre 2018 - San Vincenzo (LI

Assemblea Nazionale Famiglie Arcobaleno >>

28 Giugno H 16.00, Foggia

Stepchild Adoption e adozioni >>
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