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Intervento del Professor Gaetano De Leo
(Università di Bergamo)
La psicologia giuridica ha uno specifico interesse per l'area della tutela dei bambini , il tema dell'omogenitorialità presenta per questa disciplina numerosi aspetti di grande interesse e sfida.
Nell'intervento accennerò in particolare a due aspetti:
1) La letteratura scientifica internazionale che si occupa delle diverse forme di genitorialità e in particolare dell'omogenitorialità è ancora limitata.
La maggioranza delle ricerche sull'omogenitorialità sottolineano come lo sviluppo ottimale del bambino sembra essere influenzato dalla natura delle relazioni e interazioni all'interno dell'unità familiare piuttosto che dalle particolari forme strutturali che essa assume dichiarando una non sostanziale differenza tra i bambini cresciuti con genitori gay piuttosto che eterossessuali riguardo l'identità di genere dei bambini e il loro orientamento sessuale e il loro Sviluppo Emotivo e Sociale. Altre ancora riscontrano una maggiore prosocialità dei bambini che crescono in famiglie omogenitoriali.
Gli studi in questione, così come in generale gli "studi di genere" o cross-cultural, hanno la capacità spesso di suscitare reazioni di consenso o dissenso quasi a prescindere dal contenuto degli stessi, reazioni che sembrano aggrappate a piani ideologici o a teorie che fanno fatica ad accettare costrutti che metterebbero in discussione l'intero apparato teorico finora utilizzato dagli stessi.
Le accuse che vengono mosse a ricerche anche autorevoli (per es. dell'American Psychiatric Association) però si muovono sul piano metodologico delle ricerca: come la scarsa numerosità dei campioni esaminati, o il non aver utilizzato un campione casuale, o ancora che i partecipanti non fossero anonimi ecc. critiche in parte fondate ma dimenticanti come gran parte del sapere scientifico si basa su ricerche qualitative, anziché quantitative, e soprattutto come sia impossibile applicare questi criteri di validità a questioni come quelle che riguardano l'omogenitorialità. Inoltre anche le ricerche che si oppongono cadono nella stessa trappola metodologica.
Attualmente, infatti e per fortuna, non esistono elenchi che separano la popolazione eterosessuale da quella omosessuale. Non vorrei addentrarmi in una questione così astiosa, quale quella della ricerca, che in particolare, nell'ambito della psicologia dello sviluppo e dell'apprendimento, negli ultimi anni, deriva le prospettive più chiarificatrici da studi che non fanno riferimento a dati empirici quantitativamente consistenti e che anzi risultano utili e innovative proprio a partire dai diversi fondamenti relativi alla ricerca.
Un altro problema che comunque non va sottovalutato è la confusione che spesso si fa nell'usare in modo indiscriminato "identità", "identità sessuale", "identità di genere", "identità di ruolo", "orientamento sessuale".
Il rapporto tra sesso e genere varia a seconda delle aree geografiche, dei periodi storici, delle culture di appartenenza. I concetti di maschilità e femminilità sono concetti dinamici che devono essere storicizzati e contestualizzati. Ogni società definisce quali valori attribuire alle varie identità di genere, in cosa consiste essere uomo o donna, spesso perpetuando "differenze di genere" non confermate dalla ricerca scientifica che appartengono invece spesso alla categoria degli stereotipi o dei pregiudizi (per esempio attribuire alle donne in modo generalizzato caratteristiche di emotività, gentilezza, dipendenza, poco interesse alla tecnica ma cura nell'aspetto, "naturalmente" disposte alla cura e agli uomini caratteristiche di aggressività, indipendenza, orientati alla tecnica e al lavoro esterno alla casa, non predisposti alla cura). Maschilità e femminilità sono quindi concetti relativi.
Così come potremmo definire relativo il concetto di "identità" a tale proposito cito il saggio del premio Nobel per l'economia Amartya Sen "identità e violenza": "l'approccio solitarista può essere un buon metodo per interpretare in modo sbagliato praticamente qualsiasi abitante del pianeta. Nella nostra vita quotidiana noi ci consideriamo membri di una serie di gruppi: facciamo parte di tutti questi gruppi. La stessa persona può essere, senza la minima contraddizione, di cittadinanza americana, di origine caraibica, con ascendenze africane, cristiana, progressista, donna, vegetariana, maratoneta, storica, insegnante, romanziera, femminista, eterosessuale, sostenitrice dei diritti dei gay e delle lesbiche, amante del teatro, militante ambientalista, appassionata di tennis, musicista jazz e profondamente convinta che esistano essere intelligenti nello spazio con cui dobbiamo cercare di comunicare al più presto (preferibilmente in inglese). Ognuna di queste collettività, a cui questa persona appartiene simultaneamente le conferisce una determinata identità. Nessuna di esse può essere considerata l'unica identità o l'unica categoria di appartenenza della persona. L'inaggirabile natura plurale delle nostre identità ci costringe a prendere delle decisioni sull'importanza relativa delle nostre diverse associazioni e affiliazioni in ogni contesto specifico. Un ruolo centrale nella vita di un essere umano, quindi, è occupato dalle responsabilità legate alle scelte razionali. Per contro, a promuovere la violenza è la coltivazione di un sentimento di inevitabilità riguardo a una qualche presunta identità unica - spesso belligerante - che noi possederemmo e che apparentemente pretende molto da noi (spesso cose del genere più sgradevole). L'imposizione di una presunta identità unica è spesso una componente fondamentale di quell'arte marziale che consiste nel fomentare conflitti settari". Come sottolinea l'autore non c'è dubbio che la comunità o la cultura a cui una persona appartiene possono avere una influenza sul modo in cui la persona considera una questione o un decisione ma difficilmente possono determinare pienamente il nostro ragionamento e inoltre la "cultura" possiede al suo interno non un insieme di atteggiamenti e credenze univoci, ma un "pluralismo culturale"
2) Considerando l'applicazione dei recenti orientamenti della legislazione internazionale come la Convenzione sui diritti dei bambini firmata a New York il 20.11.89 e la Convenzione Europea sull'esercizio dei diritti dei minori adottata dal Consiglio d'Europa a Strasburgo il 25 gennaio 1996 possiamo sottolineare due aspetti.
Il primo si muove dall'enunciazione che i diritti del minore devono essere garantiti
"senza distinzione di sorta e a prescindere da ogni considerazione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o altra del fanciullo o dei suoi genitori o rappresentanti legali, dalla loro origine nazionale, etnica o sociale, dalla loro situazione finanziaria, dalla loro incapacità, dalla loro nascita o da ogni altra circostanza. 2. Gli Stati parti adottano tutti i provvedimenti appropriati affinché il fanciullo sia effettivamente tutelato contro ogni forma di discriminazione o di sanzione motivate dalla condizione sociale, dalle attività, opinioni professate o convinzioni dei suoi genitori, dei suoi rappresentanti legali o dei suoi familiari. (art.2 Convenzione sui diritti dei bambini firmata a New York il 20.11.89)"
La seconda si muove dall'Articolo 3 - Diritto di essere informato e di esprimere la propria opinione nei procedimenti - Consiglio d'Europa a Strasburgo il 25 gennaio 1996
"Nei procedimenti che lo riguardano dinanzi a un'autorità giudiziaria, al minore che è considerato dal diritto interno come avente una capacità di discernimento vengono riconosciuti i seguenti diritti, di cui egli stesso può chiedere di beneficiare:
a) ricevere ogni informazione pertinente;
b) essere consultato ed esprimere la propria opinione;
c) essere informato delle eventuali conseguenze che tale opinione comporterebbe nella pratica e delle eventuali conseguenze di qualunque decisione"
Perché sono fondamentali questi due aspetti? da una parte si sottolinea la necessità di non discriminare il minore o la sua famiglia anche nell'ambito dell'omogenitorialità e dall'altra di garantire al minore il diritto di essere ascoltato e informato come elemento importante che può contribuire in contesti come quelli delle famiglie omogenitoriali (e anche nel caso di separazione tra i genitori gay) a sviluppare una soggettività e un'autonomia. La comunicazione e l'espressione della propria opinione divengono un punto di forza garantendo al bambino e all'adolescente una sufficiente certezza che riconosce e rafforza i processi di auto-determinazione.
In sostanza la posizione fortemente attiva che questa legislazione internazionale assegna oggi ai bambini di ogni età, rappresenta uno strumento privilegiato anche per rendere i minori protagonisti e costruttori dei loro specifici processi di socializzazione nei complessi contesti delle famiglie omogenitoriali, con una grande potenzialità di differenziazione creativa e di arricchimento degli itinerari di crescita e di sviluppo psicologico e sociale.
Breve Profilo
Gaetano De Leo è Professore Ordinario di Psicologia Giuridica presso l'Università degli Studi di Bergamo.
Nel 1987/88 è nominato dal Ministro Guardasigilli, membro della Commissione Nazionale per la Riforma del Codice di Procedura Penale per i Minorenni.
Nel 1988 il Ministero degli Esteri - Cooperazione Internazionale - lo ha inserito quale esperto in una Commissione dell'ONU per lo studio e la supervisione di un progetto per l'assistenza dei "bambini di strada" in Argentina e in Uruguay.
Nel 1990 è stato nominato - dai Ministri per la Ricerca Scientifica e per gli Affari Sociali - membro della Commissione Interministeriale per lo studio del rischio psicologico-sociale nell'età evolutiva.
Dal 1992 il Consiglio Superiore della Magistratura gli ha conferito incarichi di docente ai Corsi di Formazione per Magistrati dei Tribunali per i Minorenni.
Nel 1996 il Ministro per la Solidarietà Sociale lo ha nominato componente della Commissione per la gestione del fondo per lo sviluppo degli interventi sociali.
Nel 1997 la Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento degli Affari Sociali, lo ha nominato componente della Commissione di Legge n. 216/91, sulla prevenzione della devianza minorile.
Nel 1997-98 ha iniziato una collaborazione con le Nazioni Unite, "Center for International Crime Prevention", per l'individuazione di standard minimi di intervento nelle carceri dei Paesi aderenti alle Nazioni Unite e per l'innovazione dei progetti di formazione degli operatori penitenziari.
Ha pubblicato circa 200 lavori scientifici, tra cui negli ultimi anni: AttenDi al lupo, pedofilia e vittime per progetti integrati di trattamento penitenziario (con L.M Culla, Giuffré, 2005,); La narrazione nel lavoro di gruppo. Strumenti per l'intervento psicosociale (con B. Dighera, Gallizioli, Carocci , 2005); La testimonianza, problemi, metodi e strumenti nella valutazione dei testimoni (con Scali M., Caso L., Il Mulino, 2005);. Promuovere la responsabilità. (con Bacchini D., Boda G., Franco Angeli, 2004); L'analisi dell'azione deviante (con P. Patrizi, E. De Gregorio, Il Mulino, 2004); Psicologia della devianza (con P. Patrizi, Carocci, 2002); Psicologia giuridica (con De Leo, Il Mulino 2002)
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